Archivo de Enero 2009

Chi non ricorda quei dolci e le relative bottiglie di bevande che ricevevamo - durante gli anni del sussidio sovietico - durante la merenda scolastica? Come tutte le cose gratuite, si finiva per sminuire la loro importanza e durante l’intervallo molti di noi giocavano a lanciarsi la bibita gassosa e i pasticcini. Nelle nostre mani, biscotti e tortine volavano dal balcone della mia piccola scuola fino a calle Salud, all’angolo con Soledad. Pure se questi prodotti venivano sottostimati, senza il loro sostegno metà della classe sarebbe arrivata a mezzogiorno esausta e affamata.
Quando è iniziata la crisi economica degli anni Novanata, uno dei primi sussidi eliminati è stata proprio la merenda degli studenti della scuola primaria. I bambini hanno smesso di sentire il suono delle bottiglie che si aprivano o del camion delle confezioni di biscotti che arrivava nelle prime ore della mattina. Quei dolci che ci lanciavamo sono diventati un ricordo che adesso ci infastidisce per come siamo stati indolenti I genitori hanno dovuto farsi carico della preparazione di uno spuntino da portare a scuola e nessuno ha mai spiegato sulla stampa perché avevano deciso di eliminare proprio quel sostegno così necessario.
Traduzione di Gordiano Lupi
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Tra le molteplici forme di emettere luce, ce ne sono alcune molto singolari come il fatto di “brillare per la propria assenza”. Un simile inconfondibile scintillio si è concretizzato ieri in una foto comparsa sulla prima pagina del Granma, perché alla bandiera cubana mancano le cinque punte bianche in mezzo al triangolo. L’agitazione è stata così grande che il quotidiano è andato esaurito fin dalle prime ore del mattino e per strada oggi tutti parlavano di questo fatto. È chiaro che non è stato un errore di stampa perché una stella non sfugge così facilmente. Preferisco pensare che, capricciosa e superba, la stella che rappresenta la nostra sovranità ha deciso di assentarsi, alla vigilia del compleanno del Maestro. Perché lei diffonde un’indipendenza che non è soltanto l’autonomia da una potenza straniera, ma pure la libertà di ogni cittadino all’interno di uno Stato sovrano. Nel campo dei diritti civili siamo di fronte a un’oscurità che non consente neppure di vedere le mani. Per questo la stella solitaria brilla per la sua assenza, ha abbandonato il suo contorno rosso e ha lasciato l’organo ufficiale del Partito. Ci sono errori che rivestono un contenuto simbolico maggiore che centinaia di risultati. Stelle che si eclissano e lettori che interpretano la loro fuga; Isole che vivono sospese tra profezie e superstizioni; giorni per ricordare l’eroe nazionale e bandiere che osano mostrare ciò che molti tacciono.
* Verso di José Martí, che nella sua forma originale dice: “La stella che illumina e uccide”.

Traduzione di Gordiano Lupi
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Cominciò con pala e piccone, disseminando le pesanti traverse che sostengono le linee dei treni. Pure suo padre era stato ferroviere e uno zio riuscì persino a guidare i vagoni, carichi di canna, verso lo zuccherificio. Era molto giovane ma fin da allora la sua vita sembrava collegata all’itinerario di una locomotiva, con la sua fila di vagoni stridenti e stipati. Trascorsi alcuni anni, riuscì a ottenere - finalmente - un timone tra le mani e a condurre il serpente metallico per le campagne cubane. Mio padre divenne macchinista, seguendo una lunga tradizione familiare, che da decenni viveva collegata alle ferrovie.
Più di una volta, io stessa ho guidato una di quelle macchine per brevi tratti non pericolosi, mentre lui controllava i miei movimenti e mi insegnava a usare il fischietto. “Abbiamo avuto i treni prima della Spagna” diceva il mio nonno paterno, quando qualcuno gli chiedeva del suo lavoro. Sono cresciuta così, annusando il metallo dei freni che stridevano a ogni fermata e dando corda al mio trenino giocattolo, circondato da alberelli di plastica e mucche in miniatura.
La caduta del socialismo in Europa provocò il deragliamento della professione familiare. Molte locomotive si fermarono per mancanza di pezzi di ricambio, il numero dei viaggi fu ridotto considerevolmente e i ritardi divennero la normalità. Un viaggio dall’Avana a Santiago poteva durare venti ore come tre giorni. In alcuni paesini, i vagoni venivano presi d’assalto da contadini indigenti che rubavano parte della merce trasportata. Gli altoparlanti della stazione centrale ripetevano senza sosta: “La partenza del treno diretto a… è stata cancellata”. Mio padre rimase senza lavoro e i suo colleghi cominciarono a guadagnarsi la vita ricorrendo a occupazioni illegali.
Le ferrovie cubane non si sono più riprese da questo evento negativo. Al momento il treno gode la peggiore delle reputazioni, a causa di linee inadeguate, lunghe code per acquistare un biglietto e per via della caduta in disgrazia di tutta una professione.
“Di questo passo, a Cuba chiuderemo le ferrovie prima della Spagna” dice mio padre con sarcasmo. Adesso la sua nuova professione è il gommista di biciclette, ma il suo sguardo non si ferma alla ruota che sta smontando, va un poco oltre, ricorda quel colosso di ferro che un tempo ha guidato lungo le strade ferrate di un’Isola lunga e stretta.
Traduzione di Gordiano Lupi
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Potrei passare la giornata spaventata, a nascondermi certi uomini appostati là sotto. Riempirei pagine e pagine con i costi personali che ho sofferto a causa di questo blog e con le testimonianze di chi è stato “avvisato” che sono una persona pericolosa.
Basterebbe che lo decidessi e uno dei miei testi si trasformerebbe in lamento interminabile oppure nel dito accusatore di chi cerca la colpa sempre fuori. Ma io non mi sento vittima, bensì responsabile.
Sono cosciente di aver taciuto e di aver permesso a pochi uomini di governare la mia isola come se si trattasse di un’azienda. Ho simulato e accettato che altri prendessero decisioni che riguardavano tutti, mentre mi facevo scudo con il fatto di essere troppo giovane, troppo fragile. Sono responsabile di aver indossato la maschera, di aver utilizzato mio figlio e la mia famiglia come argomento per non osare. Ho applaudito - come quasi tutti - e ho abbandonato il mio paese quando mi sono stufata della situazione, dicendomi che era più facile dimenticare piuttosto che tentare di cambiare qualcosa. Resto pure con il dubbio di essermi lasciata trascinare - alcune volte - dal rancore e dal sospetto, che si sono fatti largo nella mia vita. Ho tollerato che mi inculcassero la paranoia e nella mia adolescenza ho accarezzato con frequenza il desiderio di una zattera in mezzo al mare.
Malgrado ciò, siccome non mi sento vittima, alzo un poco la gonna e mostro le gambe ai due uomini che mi seguono ovunque. Quando il sole picchia forte in mezzo alla strada non c’è niente di più paralizzante che un polpaccio di donna. Siccome non possiedo neanche la stoffa del martire, faccio in modo che non mi manchi il sorriso, perché le risate sono come pietre dure nei denti degli autoritari. La mia vita va avanti così, senza permettere che mi trasformino soltanto in un puro gemito e in un lamento. In fin dei conti, le cose che oggi vivo sono state prodotte anche dal mio silenzio, frutto diretto della mia precedente inattività.
Traduzione di Gordiano Lupi
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A metà del 2007, Julito mi assicurò che prima di agosto la carne di maiale sarebbe stata venduta a dieci pesos la libbra - il salario quotidiano di un lavoratore medio. Visto che la sua predizione non si compiva, a gennaio dell’anno scorso lo rimproverai per ottenere la data esatta della riduzione di prezzo della carne. Sfoggiando il sorriso di sempre mi assicurò che avrei potuto acquistare la preziosa fibra - a un prezzo più giusto - nei mesi estivi. In quel tempo arrivarono gli uragani e il pronostico del mio vicino si trasformò in un’amara profezia o, peggio ancora, in una dannosa ingenuità. Non lo incontrai per diverse settimane e non ce la feci a rinfacciargli il suo smisurato trionfalismo.
Ieri, Julito è salito fino al mio piano per parlare di un altro tema. La sua figlia minore ha appena seguito la strada tracciata dalla sorella maggiore, rimasta all’estero dopo aver abbandonato i compagni nel bel mezzo di una gita artistica. Si sono ritrovate entrambe in una di quelle popolose città degli Stati Uniti e suo padre invece di essere triste per la separazione è allegro per il futuro delle figlie. Seduto nella sala di casa mia afferma che lui e sua moglie stanno programmando di riunirsi con la parte esiliata della famiglia. “Là potremo essere più utili”, mi ha detto con il tono di chi ha preso una decisione.
Ho avuto l’impulso di chiedergli perché non aspettava la riduzione di prezzo della carne, prima di volare verso il ricongiungimento familiare. Ma so che noi genitori non amiamo le battute quando si tratta dei nostri figli, così ho preferito ignorare il suo passato ottimismo. Ho perdonato il logoramento che mi provocò la sua predizione e persino gli apprezzamenti di “pessimista” che mi aveva rivolto per via della mia diffidenza. Julito è il tipo di persona che anche sulla scaletta dell’aereo continuerà a inghiottire le sue critiche. Poi, a Boston, forse leggerà questo blog e probabilmente mi scriverà qualche mail per confessarmi che non ha mai creduto a niente, che era scettico proprio come me.
Traduzione di Gordiano Lupi
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Sono post-moderna e incredula: i discorsi mi provocano sonnolenza e un leader che sale sul podio risulta - per me - il massimo della noia. Associo i microfoni con le chiamate all’intransigenza e la lodata eloquenza di alcuni, mi ha sempre fatto l’effetto di un semplice gridare per stordire il “nemico”. Nelle azioni pubbliche riuscivo a svignarmela e preferisco il ronzio di una mosca prima di udire le promesse di un politico. Ho dovuto ascoltare tanti discorsi - molti di essi davvero interminabili - che non sono il pubblico più indicato per sostenere una nuova tiritera.
Per me, la voce che si eleva dai palchi ha portato più intolleranza che concordia, una porzione maggiore di esasperazione piuttosto che inviti all’armonia. Ho visto scaturire dai podi previsioni di invasioni che non si sono mai verificate, piani economici mai compiuti e persino espressioni discriminatorie come “Che se ne vadano le scorie, che se ne vadano!”. Per questo motivo sono rimasta piuttosto disorientata dal discorso sereno pronunciato oggi da Barack Obama, con il suo modo di imbastire argomenti e appellarsi alla concordia.
Mentre lo leggevo - non possiedo un’antenna parabolica illegale per vedere la televisione - mi è sembrato che tutta una retorica sia stata condannata al secolo XX. Abbiamo cominciato a dire addio a certa agitata eloquenza, che adesso non ci commuove. Spero soltanto che a partire da questo momento saremo “Noi, il Popolo” * a scrivere i discorsi.
* Ripreso dalla traduzione del discorso di Barack Obama pubblicata sul quotidiano spagnolo El País.
Traduzione di Gordiano Lupi
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Ispirata da una delle tante propagande turistiche, mi è venuta un’idea per attirare visitatori sull’Isola. Non si tratta di un viaggio ecologico per le piazze e i monumenti del paese. Un soggiorno “alla cubana”, potrebbe essere lo slogan di questa campagna turistica, condannata in anticipo al disinteresse dei suoi possibili fruitori. Vieni e vivilo, reciterà la copertina della tessera di razionamento che verrà consegnata a chiunque voglia provare questa avventura.
L’alloggio non avrà niente in comune alle camere di lusso che esibiscono gli hotel di Varadero e Cayo Coco, perché i nostri operatori turistici suggeriranno stanzette in Centro Avana, casupole a Buena Vista e un affollato rifugio di danneggiati dagli uragani. I turisti che compreranno questo pacchetto non potranno utilizzare moneta convertibile e per le loro spese di due settimane dovranno contare sul salario medio di un mese: trecento pesos cubani. In questo modo, non potranno prendere un taxi da pagare in divisa, né guidare un auto noleggiata lungo le strade del paese; sarà obbligatorio l’uso del trasporto pubblico per chi è interessato a questo nuovo tipo di viaggi.
Per coloro che sceglieranno questa escursione saranno vietati i ristoranti, ma riceveranno un pane di ottanta grammi ogni giorno. Forse avranno la fortuna di ottenere mezza libbra di pesce prima che parta il volo di ritorno. Per spostarsi nelle altre province non potranno contare sulla compagnia turistica Viazul, ma invece di stare tre giorni in coda per un biglietto, avranno il vantaggio di comprarlo dopo solo una giornata di attesa. Sarà proibito salire su uno yacht o contrattare una tavola da surf, non fosse mai che finissero il loro soggiorno a novanta miglia invece che nel nostro “paradiso” caraibico.
Al termine della permanenza, i coraggiosi escursionisti otterranno un diploma di “conoscitori della realtà cubana”, ma dovranno venire qualche volta in più per essere dichiarati “adattati” al nostro assurdo quotidiano. Se ne andranno più magri, più tristi, con un’ossessione per il cibo che soddisferanno nei supermercati dei loro paesi e, soprattutto, con una terribile allergia per le pubblicità turistiche. Quelle dorate propagande che presentano una Cuba fatta di mulatte, rum, musica e balli, non potranno nascondere il panorama di cadute, frustrazione e inerzia che adesso loro hanno conosciuto e vissuto.
Traduzione di Gordiano Lupi
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Di fronte alle promesse di un futuro che non si concretizzano mai, preferisco un avvenire che cominci oggi stesso, dei sogni che si materializzino in questa giornata. Ho già avuto i miei occhi immersi nel mattino, ho respirato boccate di avvenire e ho creduto all’illusione di quello che sarebbe dovuto arrivare. A questo punto, scommetto soltanto sulle cose realizzabili.
Mi sono alzata con l’idea di mettere a soqquadro una di quelle illusorie parole d’ordine - che spesso ascoltiamo in televisione - per farla diventare più reale. È meglio un mondo possibile - mi sono detta - e comincio a credere che riusciremo a ottenerlo. Che il pianeta, la mia isola e la mia città troveranno soluzioni realizzabili, invece di un’altra scarica di utopie.
Traduzione di Gordiano Lupi
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Nota del traduttore: Yoani ironizza sul motto castrista Un mondo migliore è possibile - teoricamente positivo - modificandolo, mettendo a soqquadro le parole, e affermando che È meglio un mondo possibile! Non ha tutti i torti…
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Seduta su una panchina di Parque Central aspetto alcune amiche già in ritardo di mezz’ora. È stata una giornata dura e ho poca voglia di conversare con qualcuno. Un ragazzo - che non ha ancora vent’anni - si siede accanto a me. Parla un inglese scadente, ma lo utilizza per domandarmi da dove vengo e se comprendo lo spagnolo. In un primo momento mi viene voglia di mandarlo via e di dirgli che non sono una preda per jineteros a caccia di turiste, ma alla fine lo lascio continuare nella sua frustrata strategia di seduzione.
Non sa che il colore pallido della pelle l’ho ereditato dai miei nonni spagnoli, anche se il mio passaporto è azzurro e nazionale come il suo. Se non fosse stato perche mi credeva straniera, non mi avrebbe mai avvicinato. Non sono un buon partito - questo si vede lontano un miglio - ma lui calcola che anche se sembro una forestiera povera, posso fargli guadagnare almeno un visto per emigrare. Arriva a dirmi, stimolato dal mio mutismo: “Lady, I love you” e dopo aver udito una simile dichiarazione d’amore, non posso trattenere oltre la mia ilarità. Ribatto nel mio peggior slang da abitante di Centro Avana: “Non sprecare frottole con me, che sono cubana”. Si alza come se lo avesse punto una formica rossa e si allontana insultandomi. Lo sento quando esclama a voce alta: “questa ragazza magra sembra straniera, ma è di qui e vale meno della moneta nazionale”. All’improvviso il mio giorno è cambiato e comincio a ridere da sola su quella panchina, a pochi metri dal Martí di marmo che adorna il parco.
La rivincita arriva rapida per il frustrato Casanova. Una nordica in bermuda gli passa accanto e lui ripete il medesimo ritornello che ha cantato a me. Lei sorride e sembra abbagliata di fronte alla sua gioventù e le sue treccine che terminano con palline colorate. Li vedo andarsene insieme, mentre l’agile giovanotto le dichiara il suo amore, in una lingua della quale conosce appena una dozzina di parole.
Traduzione di Gordiano Lupi
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Nota del traduttore: Non traduco il termine jineteros, che sarebbe riduttivo rendere con l’italiano gigolò. Per una definizione completa del fenomeno jineterismo a Cuba rimando alla lettura di Mi Cuba (Mediane, 2009) e Almeno il pane Fidel (Stampa Alternativa, 2007).
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Per quasi un giorno non ha funzionato la parte riservata ai commenti di Generación Y. Questa piazza pubblica ha accumulato un numero così immenso di opinioni dei suoi lettori – oltre trecentomila – che il database ha finito per andare in tilt. Dovremmo essere felici per aver scatenato un così ampio dibattito su queste pagine invece di sentirci a disagio per quella che è stata soltanto un’interruzione transitoria.
Grazie per aver pazientato e per ricordare che nella mia condizione di “blogger cieca” non posso risolvere le difficoltà tecniche così rapidamente come vorrei. Colgo l’occasione per ripetere che le mie opinioni vengono pubblicate soltanto su questo blog e nei siti che si sono guadagnati la credibilità dei loro lettori. Non sono responsabile delle catene di e-mail, presunti testi che circolano in rete o altre tipologie di messaggi che non compaiono sotto l’allusivo banner del cassetto rosso. Gli apocrifi con il mio nome sono soltanto questo: falsità.
Mentre ristagnavano le crepe della scontrosa tecnica, altri blogger solidali hanno offerto il loro spazio per continuare la polemica. Specialmente un commentatore soprannominato Tseo, ha offerto il suo blog per prolungare il dibattito all’indirizzo http://generaciony.posterous.com. Questa zattera virtuale ha imbarcato un po’ d’acqua, ma niente che lasci presagire un naufragio.
Traduzione di Gordiano Lupi
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