Archivo de Julio 2008

Il lungomare avanero si prepara per i carnevali. Nella Piragua (1) vari tendoni si presentano come ristoranti di cucina internazionale e spuntano fuori chioschi colorati per tutta la zona costiera. Si possono già vedere - nei marciapiedi e nei porticati - le strutture metalliche che verranno utilizzate come tribune, mentre le comparse adattano le coreografie che metteranno in scena a partire da venerdì.
Per colpa dei successivi cambi di data che hanno subito le nostre feste popolari, siamo un popolo che non sa molto bene quando cominciano i propri carnevali. Ci prende di sorpresa l’annuncio che stanno per cominciare e neanche ci delude troppo quando dicono che sono sospesi. Ricordo che nell’estate del 2006 siamo rimasti con i carri dipinti, perché i ritmi delle danze avanere (2) non andavano bene nel triste scenario della malattia di Fidel Castro.
Per fortuna, quest’anno le comparse ci travolgeranno. Vivremo un carnevale schizofrenico: la maggior parte dei prodotti saranno venduti in moneta convertibile e una piccola porzione di divertimenti sarà riservata a chi possiede soltanto pesos cubani. La nostra baldoria non è più, a causa della violenza e della marginalità, un appuntamento per tutta la famiglia. Però anche così, resta un momento per scrollarsi di dosso gli ordini, le ristrettezze e le aspettative frustrate. Ballare è un magnifico modo per dimenticare.
E così avremo il festeggiamento, in quello stesso perimetro di costa dove - quattordici anni fa - gli avaneri mostrarono la loro non conformità durante una protesta collettiva (3). Berremo intorno al muro che ha sentito la preoccupazione delle zattere improvvisate dirette verso nord. Avremo salsa e reggaetón, nello stesso viale marittimo che da diversi mesi non vede passare una manifestazione gridando slogan e agitando bandierine. In questo lungomare che ci ha visto gridare, partire e fingere, andiamo - per questi giorni - a divertirci.
Traduzione di Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi
Amministrazione tecnica di Sacha Naspini – www.sachanaspini.eu
Nota del traduttore:
(1) La Piragua è una zona del Malecón.
(2) Ho tradotto congas habaneras con ritmi delle danze avanere. In realtà la conga è il tipico ritmo del carnevale cubano, allegro, festoso e ritmato.
(3) Yoani fa riferimento agli incidenti sul Malecón del 1994, sedati da Fidel Castro in persona.
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A Felipe che mi ha regalato questa metafora
Il prossimo sabato 26 luglio, Raúl Castro parlerà a Santiago di Cuba. Si rivolgerò dal vivo e tramite la televisione e un paese che ancora ricorda il suo discorso di un anno fa, nel quale menzionava “cambiamenti strutturali”, “bicchiere di latte alla portata di tutti” e lotta contro il marabù” (1). Più che ascoltare l’annuncio di nuove misure, noi cubani ci prepariamo a confermare quanto poco è stato possibile fare in questi dodici mesi.
È rimasto definitivamente indietro il tempo delle promesse e delle soluzioni magiche che ci avrebbero tirato fuori dal sottosviluppo. Il discorso politico, senza dubbio, ha cominciato ad atterrare. Questo non significa che un giorno o l’altro vada a toccare il suolo. Un uomo con pieni poteri resta al timone della nave, però nessuno ci spiega dagli altoparlanti se planiamo o cadiamo in picchiata, se il vento è propizio o se i motori sono sul punto di esplodere. Un silenzio, intercalato da richiami alla disciplina e al sacrificio, esce dagli altoparlanti di questo scassato IL-14.
Non attendiamo piroette per aria, né caramelle sotto la lingua che ci aiutino a sopportare le turbolenze del viaggio. Vogliamo che il pilota mostri il suo volto (2), ci racconti l’itinerario, ma che siamo noi a decidere la rotta. Speriamo che questo discorso di sabato non si trasformi in un’esaltazione a mantenerci in aria, ma in un chiaro resoconto di come e quando abborderemo un’altra nave.
Note del traduttore:
(1) Il marabú è un arbusto pieno di spine che infesta i campi non coltivati. Rappresenta un vero e proprio disastro per l’agricoltura. Quando negli anni Sessanta il regime arrestò molti individui indesiderabili e li impiegò nelle UMAP (Unidad militar de Ayuda a la Producción), il loro lavoro principale fu quello di bonificare ettari di terreno infestati dal marabú nella provincia di Camagüey. Il marabú viene usato a Cuba metaforicamente per indicare il male. Per esempio un modo di dire diffuso è: “la corruzione cresce come il marabú”.
(2) Ho tradotto l’espressione piloto de la cara in modo libero, ma credo di aver conservato il senso della frase. L’autrice si riferisce alla politica occulta di chi comanda che non rivela mai l’itinerario e la vera rotta del governo. Yoani afferma che il governo non deve fare miracoli (piroette) o distribuire caramelle per intrattenere e alleviare il mal di aereo, ma deve mostrare il suo volto, calare la maschera, parlare e fare le cose con trasparenza, senza demagogia né eufemismi. Per troppo tempo Cuba è stata mezza sovietica, mezza cinese, mezza amica della UE, infine mezza venezuelana. Yoani critica la politica occulta, quella che certi membri del politburo praticano da anni, come emergenza, per salvare il regime e chi detiene il potere. Yoani incita chi comanda a mostrare il vero volto, a dire la verità una volta per sempre.
Ringrazio lo scrittore cubano Carlos Carralero che mi ha fornito preziose consulenze per la traduzione e per la redazione di queste note esplicative.
Traduzione di Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi
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La questione della cittadinanza rappresentata su Internet che sviluppa progetti per conto proprio, risulta eccessiva per noi cubani. Senza essere riusciti a diventare cittadini nella realtà, è difficile comportarci come tali nella rete. In questo caso non serve il fatto di saltare le tappe, come è successo con le videocassette (che non sono mai state vendute nei negozi cubani), i registratori di pellicole e praticamente i floppy da 5¼, ma soprattutto dovremo laurearci in civismo, prima, nella realtà.
Vediamo se riesco a comprendere la logica contorta del nostro spazio virtuale: “un cittadino cubano non può comprare il suo dominio web e alloggiarlo in un server locale, ma è accusato quando riesce a far ospitare il suo sito in un altro paese”; “i blogger ufficiali riflettono la realtà, mentre noi alternativi siamo marionette al servizio di qualche potere straniero…”; “Internet è un terreno per una così detta battaglia di idee, della quale nessuno può enumerare almeno un principio che non sia l’intolleranza…”; alla fine, oltre ai mutilati nella nostra società, abbiamo avuto accesso a Internet con vari pezzi in meno.
Di questo passo, sulla rete accadrà la stessa cosa che mostrano le nostre strade: persone che in un primo momento - davanti alle telecamere e ai microfoni - esibiscono un entusiasmo e una fedeltà ideologica che è pura. “schiuma”. Per questo su Internet diventiamo folcloristici ed ecologisti; ci serve per gli uffici di collocamento, gli avvisi pubblicitari o la musica gratuita, però attenzione a esprimere opinioni. Nella rete dobbiamo avere le stesse maschere che portiamo addosso nella nostra vita. I ciber - diritti dovranno attendere, ma per prima cosa dobbiamo cominciare a esigere di essere trattati, almeno, come cittadini.
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Nota del traduttore: In questo brano di Yoani una parte presenta difficoltà di resa nella nostra lingua. Si tratta della frase finale: Lo de tener ciber-derechos tendrá que esperar, a ver si va y un día nos da por empezar a hacernos, al menos, ciudadanos. Ho tradotto in modo molto libero: I ciber - diritti dovranno attendere, ma per prima cosa dobbiamo cominciare a esigere di essere trattati, almeno, come cittadini. Ringrazio Carlos Carralero, scrittore cubano esiliato in Italia, che mi ha aiutato a interpretare il senso aggiungendo il suo pensiero che riporto fedelmente. “L’idea o il messaggio non va indirizzato solo al governo, ma anche ai cittadini, perche capiscano che devono lottare per far valere il diritto a essere, un giorno, trattati come cittadini. Vale a dire: il cubano deve guadagnarsi il diritto a diventare cittadino. Fino a oggi non è un cittadino, ma parte della massa” (Carlos Carralero).
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Il Boulevard avanero, mercoledì notte, è stato lo scenario dove una coppia con un bambino cercava un po’ d’aria fresca. Sono soltanto le nove, però a giudicare dall’ambiente sembrano le tre del mattino. L’odore di orina in ogni angolo ricorda che gli ubriachi hanno cominciato a girare di buon ora e che i bagni pubblici continuano a essere un’illusione. L’abbondanza di prostitute porta la madre ad affrettare il passo, ma il bambino riesce a vedere un’esplicita transazione tra un protettore, la sua fidanzata e un turista.
Non hanno scelto bene il tragitto. Sarebbe stato meglio prendere un autobus fino a Miramar e passeggiare per la quinta avenida, o restare a prendere il fresco sul balcone di casa. Stanno cercando il Parque Central, ma oltre il cerchio di luce intorno alla statua di Martí si estende una zona di penombra propizia per gli incontri amorosi. Nessuno si scandalizza per questo, perché in questa città da molti anni non ci sono posadas (motel) dove possano recarsi le coppie. Avere rapporti sessuali nella panchina di un parco fa parte delle arti amatorie di coloro che non possiedono una propria abitazione.
La polizia si integra al sordido paesaggio notturno, e i genitori già sono pentiti di aver portato a passeggio il loro figlio per questa zona di frontiera tra Centro Avana e il centro storico. Ogni zona di lusso, come la lobby degli alberghi Telegrafo, Saratoga, Plaza e Parque Central, possiede la sua contropartita nelle strade oscure che si trovano intorno. Per alcuni centimetri di glamour esistono metri e metri di avvilenti scarsità materiali.
Il bambino ha avuto occhi solo per il fumante cappuccino che uno straniero, accompagnato da due ragazze molto giovani, consuma nella caffetteria La Francia. Nei suoi occhi di bambino, L’Avana notturna si è fermata come una successione di luci e di ombre, di clienti che consumano e spettatori che li guardano bere, di uniformi azzurre che vigilano e ombre che li eludono, di angoli con un aspetto splendido e altre che è meglio non conoscere.
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Robin Hood ha ormai distribuito tutte le ricchezze delle quali si era impadronito. In principio i poveri erano contenti e ululavano per la felicità da ogni angolo del bosco. Poco tempo dopo compresero che il grande bandito di Sherwood sapeva soltanto ridistribuire la ricchezza, ma non era capace di crearla.
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Sopporta la doppia giornata, una come segretaria e l’altra come madre e donna di casa, grazie a qualche pastiglia di diazepán che nasconde nella sua borsa. Nessun medico gliele ha prescritte, ma lei stessa trovò un po’ di sollievo provando vari farmaci. Soltanto sotto l’effetto prodotto da una dose - ogni volta più alta - della piccola pillola, sopporta le riunioni del Partito, le code per la roba da mangiare e le esigenze alimentari della sua famiglia.
Cominciò a comprare antidepressivi da un vicino che portava via diversi prodotti da un deposito farmaceutico. Provò il clorodiazepóxido e la amitriptilina, che le permettevano di dormire di notte e di sorridere quando l’autobus arrivava con mezz’ora di ritardo. Durante una carica di polizia contro il mercato illegale dei medicinali, il somministratore venne incarcerato e lei restò senza i necessari sedativi. Poco tempo dopo comparve un nuovo fornitore, ma con prezzi più alti.
Nessuno tra i familiari vuole rendersi conto che la madre vive fuori dalla realtà e sfoggia una strana espressione soddisfatta persino di fronte alle ristrettezze e ai problemi. La sua fuga è più silenziosa del trambusto che fa il marito alcolizzato quando rientra - quasi cadendo - a casa ogni notte. Entrambi hanno scelto di scappare, ognuno con quello che trova a portata di mano: lui, con l’alcol dell’ospedale distillato da mani abili, lei con una pillola che le fa dimenticare la sua stessa vita.
Neppure i figli scommettono su questa realtà. Preferiscono accarezzare il sogno di evadere, anche se in maniera più reale, più definitiva. Sotto il letto conservano un motore mezzo assemblato e questo agosto lo metteranno in moto nello stretto della Florida. La madre non arriverà a preoccuparsi. Una doppia dose di diazepán farà in modo che non si torturi pensando agli squali, all’insolazione e alla lunga separazione che li attende.
Traduzione di Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi
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Nota del traduttore: diazepá, clorodiazepóxido e amitriptilina sono nomi di farmaci antidepressivi che ho lasciato in lingua originale.
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Sto cercando un collirio per il mio occhio destro che è irritato da un paio di giorni. Due ore di attesa dal medico di famiglia mi fanno conoscere tutti i pettegolezzi del quartiere, dalla bocca delle vicine che vanno a passare il tempo all’ambulatorio. La dottoressa si lamenta che ha un gran carico di lavoro, perché parte dei suoi colleghi sono in missione in Venezuela, e mi scrive una remissione mentre si mangia una pizza da sei pesos.
Nel policlinico il panorama è simile, però la preoccupazione per il mio occhio fa sì che mi comporti bene e aspetti che mi prestino attenzione. Un signore con un paio di occhiali antidiluviani mi avvisa che lui ha fatto la coda dalle sei della mattina, così calcolo che potrò terminare di leggere un romanzo mentre aspetto. Con sarcasmo, una vecchietta insinua - senza che io abbia aperto bocca -“è così perché è gratis, se avesse dovuto pagarlo, sarebbe stata un’altra musica”.
La sua espressione non mi sorprende, frasi come queste compaiono con molta frequenza in ogni luogo, ma mi fermo a riflettere sullo strano concetto di gratuità che maneggia la signora. Mentre lo dice immagino che la lampada di Aladino, strofinata da undici milioni di cubani, è riuscita a dotarci di questi ospedali, delle scuole e di altri pubblicizzati sussidi. Ma l’illusione del genio con i suoi tre desideri mi dura poco, metto in conto che tutto questo lo paghiamo ogni giorno a caro prezzo.
Il denaro non esce, come crede la signora, dal benevolo borsello di chi ci governa, ma dalle alte imposte che riscuotono per ogni prodotto acquistato nei negozi che vendono in pesos convertibili, dai pagamenti eccessivi che ci obbligano a eseguire nelle pratiche migratorie, dal peso umiliante che la valuta straniera possiede in questa isola e dalla sottovalutazione salariale alla quale sono sottomessi tutti i lavoratori. Siamo noi che paghiamo questi servizi dei quali, ironia della sorte, non possiamo lamentarci.
Non solo, paghiamo anche la gigantesca infrastruttura militare, che nei suoi deliri guerrafondai consuma una buona parte del budget nazionale. Dai nostri bucherellati borselli, escono le campagne politiche, le marce di solidarietà e gli eccessi di protagonismo che il nostro governo si permette di sfoggiare in tutto il mondo. Siamo noi che finanziamo le nostre stesse restrizioni, i microfoni che ci ascoltano, i delatori che ci spiano e persino la tranquilla parsimonia dei nostri parlamentari.
Non c’è niente di gratuito. Ogni giorno paghiamo un alto prezzo per tutte queste cose. Non soltanto in denaro, tempo ed energia, ma anche in libertà. Siamo noi stessi che finanziamo la gabbia, il miglio e le forbici ci tagliano le ali.
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Si tiene in questi giorni una nuova riunione dell’Assemblea Nazionale. Tuttavia, ciò che succede nel Palazzo delle Convenzioni non genera molte aspettative tra i cubani. Neppure l’ammissione ufficiale del basso livello dei professori che insegnano alle scuole medie e primarie ci fa sentire rappresentati. Sono anni che noi genitori ci lamentiamo - senza alcun risultato - del disastro educativo provocato dalla presenza di giovani professori, senza molta preparazione. Soltanto adesso le commissioni parlamentari lo riconoscono.
Sempre al rallentatore ci arrivano promesse di materiali da costruzione, di licenze per tutti coloro che vogliono usare la loro auto come taxi e di maggiori prodotti, sul mercato razionato, per i neonati. Tutti questi annunci li abbiamo accolti come un affamato che si vede offrire solo un bicchier d’acqua. Chiarisco che non siamo rimasti delusi, perché non ci aspettavamo molto da questo parlamento che oggi si riunisce.
Forse se l’Assemblea Nazionale si tenesse all’interno di uno dei tanti Chevrolet che circolano per le strade avanere avrebbe il coraggio di reclamare ciò che davvero vogliamo. Soltanto nei vecchi sedili, tutelati dall’anonimato e protetti dalla velocità, riusciamo a esternare ciò che non ci piace. Credetemi, le cose che vengono dette in quei vecchi catorci non si limitano alle critiche sull’impossibilità di comprare sabbia o malta, né alle richieste di più tessuto per fare pannolini. Tra lo scoppiettio dei motori a benzina e delle porte cigolanti, si tiene un’altra riunione parlamentare: più piccola, con meno poteri, però - indiscutibilmente - più vera.
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Alla fine della scuola secondaria superiore (1) mi ero intestardita di voler diventare giornalista. Insieme a tre amici prendemmo una professoressa privata che ci impartiva lezioni per superare le prove di ingresso all’università. Quella donna insisteva - fino ad arrivare a infastidirmi - che non sarei mai riuscita a diventare una buona reporter, perché le mie attitudini suggerivano un’altra professione: la filologia. La sua maledizione ha avuto effetto perché sono finita in mezzo alle parole, alla fonetica e ai concetti letterari, invece di correre tra le notizie.
Non fu soltanto la profezia di questa Tiresia avanera ad allontanarmi dal lavoro informativo, ma anche la convinzione che essere giornalista in una società caratterizzata da censura, opportunismo e doppia morale, provocava soltanto indicibili frustrazioni. Avevo conosciuto Reinaldo, espulso da Juventud Rebelde perché “la sua linea di pensiero non si adattava a quella del periodico”, e vedere la sua voglia di scrivere, sprecandosi in una dura giornata come meccanico di ascensori, fu il colpo di grazia per i miei sogni di adolescente.
La Glasnost era passata e a Cuba si diffondeva tra i reporter e i loro frustrati lettori un sapore di opportunità perduta. La televisione ci ripeteva che le produzioni aumentavano, che il paese avrebbe resistito e che l’“invincibile leader” ci avrebbe condotti alla vittoria, mentre le nostre esistenze smentivano ogni frase trionfalista e ogni cifra esagerata. Una volta di più ho tirato un sospiro di sollievo per non essere diventata giornalista. Ho creduto di sentirmi in salvo nel mondo della metafora.
Tuttavia le due professioni non erano così lontane, perché buona parte del giornalismo che si pratica nei media ufficiali cubani assomiglia molto alla letteratura. Infatti, cercando rifugio nella fiction, nel romanzesco e nel teatrale, mi sono resa conto che i telegiornali cubani abbondano proprio di queste cose: di personaggi irreali, di storie futuriste che non arrivano mai a materializzarsi e di facce sorridenti selezionate tra mille volti angosciati.
Con la sua predizione, quella professoressa illegale voleva avvisarmi di qualcosa che anni dopo ho scoperto da sola: tra la fiction della nostra stampa e quella dei nostri romanzieri, è la seconda che mi fornisce maggiori certezze.
Traduzione di Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi
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Nota del traduttore: (1) Ho tradotto preuniversitario con scuola secondaria superiore per far capire meglio il senso della frase al lettore non esperto di sistema scolastico cubano.
Traduzione della didascalia nella foto: Polizia e “vespe nere” controllano l’angolo gay tra Prado e Teniente Rey. Le “vespe nere” è il termine con cui la fantasia cubana definisce un corpo speciale del Ministero degli Interni, poliziotti allenati per risolvere problemi critici: manifestazioni, incendi, saltare muri, salire su balconi…
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Termina l’anno scolastico e già vedo in pericolo il mio pane del razionamento. Mio figlio resterà due mesi senza andare a scuola e, nell’agitazione delle vacanze, potrà mangiarsi perfino i cardini delle porte. Non gli basterà il farinoso esemplare di 80 grammi che riceve con la tessera di razionamento e di sicuro si avventerà sulla mia quota di pane o su quella di suo padre.
Mi preparo fin da ora a domande del tipo: Mamma, non andiamo a far visita ai parenti di Camagüey? E mi vedo mentre cerco di spiegargli che la coda per gli autobus interprovinciali dura tre giorni e già stanno vendendo i biglietti per la seconda quindicina di luglio. Non lo tranquillizzerà il fatto di sapere che i prezzi per spostarsi con gli angusti Yutong, verso il centro dell’Isola, sono equivalenti alla metà del salario di qualunque lavoratore.
In ogni caso cercherò di compiacerlo, gli cederò il mio pane, dormirò tre giorni nella fila per acquistare un biglietto alla volta di Camagüey ed è persino possibile che gli noleggi per un paio d’ore la Play Station di un vicino. Tutto questo perché ha terminato il settimo grado con buoni voti e devo festeggiarlo. Il sabato scorso è stato l’ultimo giorno di scuola, lui è tornato a casa con il suo diploma e ha lanciato il suo grido di guerra dalla porta: “Sono in vacanza!”.
Solo che non comprendo bene in cosa si è diplomato mio figlio, se nel settimo grado o nella Scuola del Partito Comunista “Ñico Lopez”. La confusione è cominciata quando ho osservato il diploma che qui http://desdecuba.com/generaciony/wp-content/uploads/2008/07/diploma.jpg vi mostro, affinché possiate rendervi conto da dove proviene il mio sconcerto. Che cosa ne pensate?
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