Archivo de Mayo 2008

 

5:00 p.m. Sono alla porta del Caffè Cantante del Teatro Nacional. Non mi interessa molto il programma, però accompagno un’amica che ama molto ballare.

 

 

5:27 p.m. Il portiere ci domanda a quale istituzione apparteniamo, perché i posti per i cittadini cubani sono riservati a un gruppo di famosi contabili. Spiego che siamo “indipendenti” e lui, invece di essere infastidito, si mette a ridere a crepapelle. Ci lascia entrare.

 

 

6:10 p.m. In uno schermo proiettano videoclip nordamericani, mentre il banco offre birre, rum e bibite in pesos convertibili. Io e la mia amica siamo accerchiate da alcuni giovani con i vestiti stretti che ballano in modo lussurioso. Quando si accorgono che stiamo parlando cubano si spaventano e vanno via.  

 

7:00 p.m. Segue la musica registrata. Sembra che il gruppo non voglia suonare oppure qualche membro non è arrivato. I ragazzi accanto a noi si agitano adesso davanti a tre spagnole che sembrano interessate a loro.   Entrambi indossano qualcosa di bianco per ottenere - con le luci della discoteca - un effetto richiamo.

 

 

7:40 p.m. Nessuno si è più avvicinato al nostro tavolo. Cosa rara nel caso di due donne sole in un club; però sembra che per l’approccio sia determinante la nazionalità.

 

 

8:20 p.m. Niente dell’ambiente in cui sono: ragazzetti che strizzano l’occhio a signore che hanno il doppio della loro età; lustrini e vestiti di marca spuntano da tutte le parti e uno svolazzo generale su ogni straniero che arriva, mi ricordano le parole d’ordine di austerità, fermezza ideologica e disciplina che pullulano là fuori.

 

 

8:40 p.m. Stanno chiudendo e avverto che quando attraverso la strada e affronto gli alti ministeri che abbondano in questa zona non potrò staccarmi dall’idea di abitare due mondi paralleli. Due dimensioni che si negano enfaticamente l’una con l’altra.

 

 

9:00 p.m. Esco e vedo i ragazzi vestiti di bianco andarsene con le signore che parlavano con la “zeta”. Rientro a casa e nel cammino m’imbatto in un cartellone immenso a fianco del Consiglio di Stato. Una frase di Martí mi avverte: “Si deve fare in ogni momento, quello che in ogni momento è necessario”.

 

 

Traduzione di Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi

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Faccio il tuo ragionamento, che legato nella tua bocca comincia a sciogliersi nella mia.

[Walt Whitman]

Un personaggio umoristico, soprannominato Mente Pollo, ci strappa la risata ogni mercoledì. Nell’orario di punta del canale Cubavisión, questo acuto “professore” dice quello che noi sussurriamo per strada. Può farlo, anche se è davanti alle telecamere della televisione, perché la battuta e la metafora lo proteggono. Tuttavia, a volte le sue critiche sono tanto chiare e dirette che in casa finiamo per preoccuparci di quello che potrebbe capitare all’attore che lo interpreta. Lo ringraziamo che dipinga in modo burlesco il nostro assurdo quotidiano e che osi segnalare ciò che i nostri parlamentari non sono capaci di affrontare quando si riuniscono. Per questo Mente Pollo resta la sola figura pubblica nella quale vedo rappresentate le mie domande. Sarà che al ritmo dello scherzo le critiche arrivano più lontano?

Il giovedì scorso alcuni amici che mi incontrarono dissero: “Sono al punto di chiudere il programma Lascia che ti racconti. Stanno criticando in modo forte…”. Ma non è vero, l’onorevole e sapientissimo dottor Mente Pollo e i suoi altri colleghi non fanno altro che mettere in forma di scherzo ciò che noi diciamo seriamente ogni giorno. Per esempio, nella sua penultima apparizione pronosticò lo sconcerto degli archeologi del futuro quando troveranno i resti di un pollo di questi tempi. Sarà difficile per loro ricostruire questo animale che nelle sue apparizioni sul mercato razionato o in pesos convertibili non ha mai il petto.

Il programma di Mente Pollo, Lindoro Incapaz, il Taller Rosca Izquierda e Pipo Pérez racconta meglio la nostra realtà e i nostri dubbi - anche sotto forma di scherzo - che il Noticiero Nacional, la Mesa Redonda e tutti gli analisti che compaiono in televisione.

 

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Ci sono definizioni, parole d’ordine e modi di chiamare le cose che si continuano a usare per puro automatismo, anche se nella realtà resta poco a giustificare tali appellativi. Si continua a parlare di un’uguaglianza sociale che non riesco a trovare da nessuna parte, di una sovranità che contrasta con la nostra dipendenza reale dai mercati stranieri e di un’ideologia che non mostra i suoi principi in mezzo a questo “pseudo capitalismo di Stato”.

Potremo continuare con lo stesso cartello sopra la porta, però questo non farà in modo che la realtà assomigli a ciò che si annuncia. Per esempio – nella foto sopra – è cresciuto un albero e ha coperto parte della scelta numantina “Socialismo o morte”. La vita ha finito per ridicolizzare l’opzione estrema che ci proponeva questo slogan. Alcuni grandi rami con foglie verdi hanno coperto la parte in cui si cita la morte e hanno creato un’alternativa diversa da quella che noi gridavamo dalla tribuna, durante gli anni più duri del Periodo Speciale. Un piccolo germoglio minaccia di coprire anche la parola socialismo. Non sarà arrivato il momento di cambiare il cartello?

 

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Nota del traduttore: Yoani usa l’aggettivo numantina per definire la scelta scellerata di socialismo o morte. Il riferimento storico è alla spagnola Numancia, assediata dai romani, i cui abitanti, prima di arrendersi si suicidarono tra loro e dettero fuoco alla città. Nella Cuba delle guerre d’indipendenza c’è stata Bayamo a fare una scelta numantina, infatti la città fu incendiata prima di consegnarla agli spagnoli. Numancia è simbolo di ciò che per un eccesso di dignità si trasforma in cenere prima di consegnarlo al nemico. La pelona è un modo ispanico di chiamare la morte (come la guadaña) ed è ovvio che la traduzione in italiano non può mantenere identica costruzione. 

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Una nuova linea di autobus circola da qualche settimana per le strade avanere. Con un colore rosso intenso, grandi annunci e un insolito piano superiore, questa nuova “nave spaziale” si sposta lungo le principali arterie in un percorso che costa cinque pesos convertibili. I suoi clienti sono quei turisti interessati a una visita condensata dei principali luoghi della nostra città. Magnifica opportunità per coloro che preferiscono guardare dal secondo piano ciò che a livello del suolo si vede in maniera totalmente diversa.

Arrostiti sotto il forte sole di maggio, stringono gli otturatori delle loro macchine fotografiche e si mettono in salvo dalle fogne rotte, dai marciapiedi distrutti e dai cani rognosi che modellano il mio paesaggio urbano. Mentre noi osserviamo l’autobus a due piani come se fosse venuto fuori da un opuscolo di viaggi a New York o a Tokio. Dai sedili della parte superiore i volti felici dei viaggiatori ci parlano di un’Avana che soltanto loro sembrano vedere. La verità è che non mi stupisce tanta miopia, perché gli effetti, sulla percezione, che provoca un rinfrescante mojito sono fin troppo noti.

A vederli in quella terrazza rotante, mi è venuto in mente un vicino che un giorno mi domandò: “Qual è la differenza più visibile tra un turista e un cubano?”. Nella mia semplicità, gli enumerai le creme solari, le guide Lonely Planet e lo spray contro le zanzare… però non è così. La risposta era più evidente. “Un turista guarda sempre verso l’alto.  Resta stupefatto dall’architettura, dalle vetrate, dagli archi e dalle colonne; mentre noi cubani camminiamo facendo attenzione alle buche che potrebbero mettere in pericolo le nostre caviglie”. Anche se si tratta di una di quelle esagerazioni che finisce per diventare un luogo comune, mi pare che questo autobus a due piani segua la stessa direzione della battuta del mio vicino. Da lassù in cima, non c’è più niente che si frapponga tra gli occhi di quei turisti meravigliati e gli edifici più vecchi di un secolo. Neanche noi - semplici comparse in questa scenografia - siamo un ostacolo perché possano godere di ciò che si trova sopra le nostre teste.

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Nota del traduttore. Yoani affronta il tema dei turisti pronti a salire su tranquillizzanti torpedoni che mostrano il meglio della vecchia Avana. La città più affascinante del mondo si è rifatta il trucco, come una vecchia dama d’altri tempi, per affrontare stranieri in rapida visita ai luoghi più importanti. Tutto è in ordine, ma solo nella scenografia di facciata, che va dal Capitolio al Malecón, passa per Coppelia e La Rampa, termina in Piazza della Rivoluzione. Il turista non viene condotto alla scoperta della desolazione, delle case cadenti, dei cani magri e rognosi, dei bambini sporchi e delle case fatiscenti. Il nuovo autobus a due piani si presta bene all’operazione mistificazione, il turista guarda in alto senza capire e torna a casa per raccontare l’ultimo paradiso comunista. Non ce l’ho con il turista, badate bene. Sono stato  uno di loro. E me ne vergogno. Ce l’ho con chi conosce la verità e utilizza televisione, stampa e altri media possibili per propagandare menzogne. Ce l’ho con chi afferma che stare dalla parte di Cuba vuol dire sostenere il regime. No davvero. Sostenere Cuba significa diffondere pensieri coraggiosi come quelli di Yoani Sánchez, che possono portare un vero cambiamento. (Gordiano Lupi)

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Da meno di un mese l’esigua pensione di Marta è aumentata di trentacinque pesos cubani. Nella fila della banca dove riscuote la pensione incontrò un’amica che la avvertì: “Reggiti, che adesso arriva il corrispondente aumento dei prezzi!”. Però siccome le nostre strade sembrano piene di pessimisti e di uccelli del malaugurio, lei non credette a una così allarmante predizione. Grande errore, perché il sabato, quando andò a fare la spesa si accorse che serviva più denaro per acquistare i prodotti essenziali nei negozi che vendono in pesos convertibili.

 

Con i suoi sessantadue anni, Marta non si meraviglia più di niente. Senza dubbio, si prese uno spavento quando vide la bottiglia di olio che prima costava 1,90 CUC - circa 45 pesos cubani - con un nuovo cartellino di 2,30 CUC. Non ricordava nessun annuncio ufficiale su un aumento dei prezzi e avrebbe giurato che le aspettative della maggioranza indicavano il contrario. Quindi il “generoso” aumento della sua pensione le basta appena per comprare un quadrettino di zuppa concentrata e una borsa di detersivo da 300 grammi. Quest’ultimo prodotto si trova adesso soltanto a 1,30 CUC, un 30% più caro di quanto costava la settimana scorsa.

 

Molto controvoglia, dovrà dar ragione alla sua amica la prossima volta che la vede. Confermarle che ai miglioramenti salariali sembrerebbe - da un po’ di tempo a questa parte - corrispondere proporzionali aumenti dei prezzi.

 

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Breve commento per i meno esperti di cose cubane

Il racconto di vita quotidiana che Yoani Sánchez regala ai suoi lettori necessita di una nota esplicativa per far comprendere la drammaticità della situazione. A Cuba vige un assurdo doppio sistema monetario. Gli stipendi vengono pagati in pesos cubani, ma la maggior parte dei prodotti alimentari vanno acquistati nei negozi che vendono in pesos convertibili (CUC). Un peso convertibile (detto anche chavito) vale circa 25 pesos cubani, mentre uno stipendio cubano difficilmente supera i 620 pesos e la maggior parte dei cittadini sbarca il lunario (male) con meno di 100 pesos. Emerge l’assurda evidenza che per acquistare una bottiglia di olio serve mezzo stipendio di un operaio. Dove sono i cambiamenti promessi da Raúl Castro?

Inutile parlare di libero acquisto per telefonini, elettrodomestici, computer e persino accesso agli hotel per turisti, quando lo stipendio non serve neppure a garantire la sussistenza. Gordiano Lupi

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Misero negli zaini qualche scatoletta di carne, alcune candele e una vecchia macchina fotografica Zenit. Se ne andarono fino a Santiago di Cuba in treno ed entrarono nelle montagne un sabato di buon mattino. Volevano raggiungere a piedi Baracoa, pernottare accampati in mezzo al bosco e amarsi nella tenda da campeggio con quella disinvoltura tipica di chi ha diciassette anni. Contavano di marciare per quattro giorni e il martedì avrebbero fatto uno spettacolare tuffo nella città più antica di Cuba.

 

Passata la prima notte videro un contadino che portava con sé una fila di muli. Il dubbio se avvicinarsi o meno fu vinto dall’argomento di lui: “Andiamo a chiedergli dov’è la borgata più vicina”. Lei, più prudente, volle avvertirlo che le montagne non erano più come prima, quando i contadini dividevano il poco che avevano con qualsiasi estraneo. Nonostante tutto si avvicinarono e il contadino li rimproverò: “Cosa fate qui? Non si può andare senza permesso per queste montagne”.

 

Era ormai tardi per rimediare alla gaffe e dovettero accompagnare l’uomo fino al paese più vicino, dove furono tartassati di domande. Il maestro della piccola scuola disse che dovevano stare tranquilli fino all’arrivo della polizia e insistette per sapere chi aveva dato loro l’idea di addentrarsi nella Sierra Maestra. Lei parlò dello Zen, la energia cosmica e di alcuni esercizi di Tai Chi che li collegano alla natura. Non furono creduti.

Quando scese la notte arrivò il Capo della Polizia della zona e dovettero ripetere che volevano soltanto passeggiare, accamparsi sotto gli alberi e arrivare a Baracoa per la strada più lunga. Se li portarono alla Stazione di Polizia di Santiago e li fecero salire, obbligati, in un bus diretto all’Avana. Durante il lungo viaggio non potevano dimenticare gli abitanti di uno sperduto paese, che dicevano alla polizia: “Portateveli via che stanno tramando qualcosa di strano. A chi può venire in mente di fare una passeggiata per queste montagne?”.

 

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Mi avvisano che sul tavolo di qualche ufficio di polizia riposa “il mio caso”. Un fascicolo pieno di prove di infrazioni commesse, un voluminoso dossier di illegalità che ho accumulato in questi anni. I vicini mi consigliano che mi camuffi con occhiali da sole e che disconnetta il telefono quando voglio parlare di qualcosa di privato. Poco, molto poco - mi chiariscono – si può ancora fare perché una mattina molto presto non bussino alla mia porta.

Nell’attesa di questo, voglio segnalare che non tengo armi sotto il letto. Senza dubbio, ho commesso un delitto sistematico ed esecrabile: mi sono creduta libera. Neppure ho un piano concreto per cambiare le cose, però dentro di me la lamentela ha sostituito il trionfalismo e questo è - definitivamente - punibile. Mai ho potuto dare uno schiaffo a nessuno, nonostante abbia rifiutato di accettare il sistematico affronto al mio “io civico”. Questa ultima cosa è condannabile in sommo grado. Soprattutto e a parte di non aver rubato niente di altrui, ho voluto “rubare” - in ripetute occasioni - quello che credevo mi appartenesse: un’isola, i suoi sogni, le sue eredità.

Ma non vi fidate; non sono del tutto innocente. Porto nel mio essere un sacco di misfatti: ho comprato sistematicamente al mercato nero, ho commentato a voce bassa - e in termini critici - su chi ci governa, ho messo soprannomi ai politici e ho aderito al pessimismo. Come colmo, ho commesso la terribile infrazione di credere in un futuro senza di “loro” e in una versione della storia differente a quella che mi insegnarono. Ho ripetuto gli ordini senza convinzione, ho lavato i panni sporchi alla vista di tutti e – massima trasgressione – ho unito frasi e aggiunto parole senza permesso.

Dichiaro - e accetto il castigo che mi daranno - che non ho potuto sopravvivere e al tempo stesso rispettare tutte le leggi.

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(Testo scritto domenica 11 maggio in attesa di una connessione a internet che è arrivata soltanto oggi)

Mio figlio sta diventando un uomo e già esige un proprio spazio. Per il momento il suo territorio è piccolo: una stanza, il caos tipico di chi non è molto attento al noioso ordine delle cose e l’anarchica parola d’ordine del “voglio fare quello che mi pare”. Già posso immaginare gli scontri quando le sue domande di autonomia si estenderanno alla sua città e al suo paese. Quando la realizzata conquista di appendere le sue immagini alle pareti, lascerà il passo alla necessità di esternare qualche “scomoda” preferenza.

Arriverà il giorno che non gli basterà la pettinatura, la moda o la musica per sentirsi differente. Diventerà allora agitatore, reazionario o estremista, con la complicità assoluta - ascoltate bene - di sua madre. Non penso di cacciarlo via di casa, denunciare le sue azioni, rinnegare i suoi atti o chiarire - per salvare la mia responsabilità che “non lo educai per questo”.

In fin dei conti anche lui ha dovuto stare con me e sopportarmi. Sia quel che sia: strampalato, piromane, contestatore, persino indifferente, sarò al suo fianco. Bisogna chiedere a lui se farà lo stesso con me. Se un giorno questo Blog, la mia storia, i miei eccessi non peseranno troppo sulla sua vita. 

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Ho venti minuti per arrivare al Parque Central fino a una piccola galleria - vicina alla Plaza Vieja - dove un mio amico espone alcuni suoi quadri. Se voglio proseguire a piedi perderò la parte inaugurale del discorso e il pittore naif non me lo perdonerebbe mai. Catturo un bicitaxi e gli offro dieci pesos perché vada a tutta velocità. Il ciclista mi guarda rallegrandosi delle poche libbre che dovrà trasportare e canticchia un reggaetón che fa “le piace la mazza alla moglie del battitore, le piace la carne alla donna del macellaio… e quella del pompiere mi sta chiedendo fuco…”.

 

Siamo già in marcia e durante il tragitto mi sento come una superba signora alzata sopra una portantina. Alleggerisco la mia colpa pensando che se non fossi stata io, il povero autista avrebbe dovuto caricare un paio di grassoni che anche loro gli facevano cenni. Non sono ancora uscita dal rimorso quando l’autista trascura il timone e mi chiede: “Sei dell’Avana?”. Confermo le mie origini cittadine e lui con occhi bramosi mi dice: “Io sono di Guantánamo. Sto cercando qualcuno che si sposi con me, perché mi inserisca nel registro della carta di identità. Sei nubile?”.

 

Una proposta così diretta mi lascia imbarazzata. Voglio spiegargli che ho già un compagno, che non possiedo una proprietà dove poterlo iscrivere e salvarlo dalla deportazione. Devo chiarirgli che il mio quartiere è troppo vicino a quella torre - in forma di cono rovesciato troncato - dove risiede il potere, che rende estremamente complicato domiciliare una nuova persona. Tutti gli argomenti per negarmi a una tale repentina proposta di matrimonio li riassumo in un conciso “Non posso”.

 

L’uomo mi guarda come se lo stessi condannando al centro di ritenzione degli “illegali” dal quale è già passato. Lo stesso luogo da dove escono autobus ogni settimana per estradare, insieme a un atto di avvertenza, coloro che sono “senza documenti” all’Avana. Il suo sguardo mi fa sentire colpevole di essere nata in questa città malaticcia ed esclusiva, civetta con il turismo internazionale e accigliata con i compatrioti di altre province.

 

Sono sul punto di cambiare idea e sposarmi con lui, però siamo arrivati al luogo della esposizione e il mio amico pittore mi salva dall’anello di matrimonio.

 

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Come se fosse poco ieri mi hanno dato un nuovo premio. Quello che ho ricevuto porta un titolo da pellicola del sabato: “la blogger prigioniera” e consiste nel non lasciarmi andare a Madrid per la cerimonia del premio “Ortega y Gasset”. Quelli che me lo consegnarono hanno voluto dare il loro nome e cognome, anche se in questo blog siamo arrivati a menzionarli come “loro”.  Sono quelli che, dietro un’uniforme militare, maneggiano i nostri diritti di cittadini e non danno spiegazioni ma impartiscono ordini.

Non credevo di meritare tanta attenzione, però se i funzionari insistono, accetto questa nuova distinzione. Loro dimenticano che nel cyberspazio la mia voce può viaggiare senza limiti, uscire ed entrare senza chiedere permesso… Non importa se trattengono il mio passaporto. Tra un anno ne avrò un altro che porterà scritto come nazionalità una breve parola: “blogger”.

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